Bianco, Nero e Grigio.

Ci sono i “Bianco o Nero”. Sono soldati, sono irremovibili e inarrestabili, sono intrattabili, ostinati, rigidi e rigorosi. Guardano davanti a sé, mai dietro, mai intorno. Sono un po’ freddi, un po’ spietati. Tanto tenaci quanto coriacei. Hanno uno scudo che li protegge, una gamma di armi per difendersi. Forse pensano di trovarsi su un campo di battaglia. Combattono: e in guerra ci deve essere per forza uno che vince e uno che soccombe, giusto?
Poi ci sono i “Grigi”.  Quelli delle sfumature, quelli che di possibilità, alle persone a cui tengono, non finirebbero mai di darne. Sembrano ingenui, ma la maggior parte delle volte si tratta solo di umanità. Hanno capito che non si tratta di battaglie, e nemmeno di guerre, perché dai rapporti, dalle relazioni, si esce o entrambi vincitori o entrambi perdenti.
E mentre i secondi credono nei compromessi, nella comprensione e nel perdono, i primi credono nelle scelte radicali, nella durezza e nella condanna. Se appartenete a questi ultimi, allora un po’ mi dispiace. Siamo persone, non gesso che può essere cancellato, non bicchieri che possono essere svuotati, non pile che si possono scaricare: siamo complicate, abbiamo tutti un passato che ci ha (in)segnato, capita di dire le cose sbagliate, capita di scontentare. Tutti quelli che conosciamo ci hanno delusi almeno una volta nella vita: amici, fratelli, sorelle, genitori, sconosciuti. Tutti -non mentite-. E se non sappiamo perdonarli, metterci nei loro panni, capirli, allora come si fa? Un piatto può essere bianco o nero, una T-shirt può essere bianca o nera, un foglio, un’auto, non una persona. Una persona è così complessa, così piena di ingranaggi e pensieri, aspettative e sogni, così piena di inclinazioni: può essere dolce e cinica, può essere dura e tenera, può essere timida ed espansiva. Ed è piena di motivi, piena di perchè che per essere capiti devono essere spiegati. E chi siamo noi per giudicarla? Per dirle “o è bianco o è nero: o sei così o non sei così; o ci sei o non ci sei; o si fa come dico io o non si fa.”
Così non si va da nessuna parte, così si rimane fermi. Così, soprattutto, si rimane soli.
E nonostante l’amarezza che seminano e che si portano dentro, in fondo, non credo che questi soldati meritino di rimanere soli. Siamo già abbastanza soli; che bisogno c’è di distruggerci oltremodo a vicenda? Se non possiamo contare nelle seconde possibilità , nelle terze, nelle settime, nelle milionesime, allora su cosa contiamo?
Vorrei farvi aprire gli occhi e farvi capire che è meglio un perdono di una condanna. Vorrei farvi capire che puntare un dito non vi porta da nessuna parte, ma vi fa rimanere fermi lì, nell’esatto punto in cui siete sempre stati. Vorrei farvi capire che l’unica cosa che potete decidere è come vi potete comportare voi, non come si possono comportare gli altri. E poi vorrei farvi capire che è semplicemente più facile e meno faticoso e più bello avere qualcuno accanto, piuttosto che combatterlo. Ma queste cose non si possono insegnare; posso solo sperare che un giorno lo capirete, perché se continuate a dividere le persone in compartimenti stagni, se non date loro una possibilità, se non sapete essere leggeri, allora vi ritroverete come l’unica persona nera, in mezzo a una folla di persone grigie.

Alcuni giorni fa stavo quasi per scrivere un “mi manchi”, non per avere risposte, non per smuovere qualcosa, solo per farlo sapere, che va bene così, che per me è ok. Ma poi ho capito che dentro io vado dal grigio perla al grigio antracite. Che senso ha farmi mancare una persona nera?

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